L’ultima luna di settembre

Genere Drammatico – Mongolia, 2022
Regia di Amarsaikhan Baljinnyam.
con Amarsaikhan Baljinnyam, Tenuun-Erdene Garamkhand, Damdin Sovd, Davaasamba Sharaw.
durata 90 minuti.

Nessun film è solo un film, non fa eccezione L’ultima luna di settembre.
Diretto, interpretato e scritto (a quattro e più mani) da Amarsaikhan Baljinnyam; nel suo paese, la Mongolia, un piccolo e fiero Davide tendenzialmente democratico schiacciato da due ingombranti (e tirannici) vicini quali la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa, è un nome importante. Non solo perché, letteralmente, è un’icona da esportazione – tra l’altro nel cast della serie Netflix Marco Polo – ma anche per il contributo offerto alla definizione di un integro e ben definito movimento cinematografico mongolo.
L’ultima luna di settembre è un affresco di insolita tenerezza – poche parole e spazi sconfinati – incentrato sull’incontro tra un uomo e un bambino che diventano per un po’ padre e figlio anche se, biologicamente, non è così che stanno le cose. Il macrotema è la genitorialità. La posta in gioco, in modo più sottile, è la definizione dei contorni e dei contenuti di un sentimento cinematografico nazionale. Nessun film è solo un film.

Tulga (Amarsaikhan Baljinnyam) vive in città da tanti anni, ha un lavoro che lo soddisfa e poche ragioni per guardarsi indietro. È cresciuto nel bel mezzo della Mongolia rurale, paesaggi immacolati e una sostanziale lontananza da tutto. Non c’è neanche il telefono, infatti ci mettono un po’ ad avvertirlo che una triste novità lo attende a casa. L’ultima luna di settembre comincia così, con un vago accenno all’eterna dialettica città campagna, centro periferia, un contrasto particolarmente affilato in società ed economie in via di consolidamento. Ma è questione di un momento accorgersi che le preoccupazioni del regista sono più vicine al cuore umano. Il padre di Tulga sta morendo, deve sbrigarsi a tornare che non c’è molto tempo.
Non è il padre biologico, ma per Tulga questo non conta. Il problema, tra i due, è la difficoltà a comunicare. Il padre, nella convinzione di fortificare il carattere del figlio, ha sempre mantenuto le distanze e ora non c’è più spazio per recuperare il rapporto. Tulga trova il suo modo di onorare la memoria del padre scomparso – la morte sopravvenuta ha appianato almeno spiritualmente le incomprensioni – decidendo di restare e completare il raccolto lasciato a metà dall’anziano. Spetta al protagonista, dunque, raccogliere il testimone dell’eredità paterna e fare del suo meglio. Chiuso il raccolto, verrà l’ora di tornare in città. Tulga non si aspetta molto dalla sua permanenza. E invece conosce Tuntuulei.
Tuntuulei (Tenuun-Erdene Garamkhand) lavora nei campi anche se è solo un bambino. Non va a scuola, perché scuole lì non ce ne sono. Vive con i nonni, la mamma sta in città e non può occuparsene. Il primo approccio tra Tulga e Tuntuulei è turbolento perché il ragazzo, per mascherare la sua insicurezza, fa la voce grossa e si mostra spesso insolente. Ma la corteccia è friabile; basta poco al piccolo per sciogliersi e al “vecchio” per raccogliere la chiamata. C’è una strana geometria che lega queste due solitudini: Tuntuulei è un figlio in cerca di un padre, Tulga è grande abbastanza per esserlo davvero, anche se per poche settimane. Tra l’altro, trovandosi di fronte a un surrogato del sé bambino, Tulga può pareggiare i conti con il suo passato, regalando a Tuntuulei l’amore che lui, da suo padre, non ha mai ricevuto.

Il cinema secondo Amarsaikhan Baljinnyam – per estensione, il cinema mongolo che cerca d’imporsi all’attenzione internazionale – è questione di spazio e di tempo. Spazi sconfinati, immensi, spopolati: la campagna mongola è la casa delle tradizioni, il luogo degli affetti ma anche una sintomatica lontananza dalla città, dalla civiltà e dal progresso. Una distanza forse incolmabile; Tulga è destinato, nonostante la riscoperta di un più autentico contatto con le sue radici, a tornare in città. I tempi: molli, dilatati, sincronizzati al millesimo sull’ampiezza dei paesaggi e degli ambienti. L’ultima luna di settembre, andrebbe visto in sala perché il contrasto tra l’esplorazione dell’intimità dei personaggi e la vastità di ciò che li circonda merita le corrette proporzioni, è un’indicazione abbastanza precisa di un modo di interpretare il cinema che è “altro”, diverso da noi, almeno dal punto di vista formale. Va accolto con curiosità e senza paure.
Anche perché il cuore del racconto, la sostanza insomma, è universale. La storia di un padre e figlio che si scelgono reciprocamente. Si trovano, si studiano, si amano: l’amore più forte del sangue. Genitori e figli, oltre i parametri biologici. C’è troppa distanza tra i due, pratica e simbolica, perché questo legame possa concretizzarsi oltre la felice parentesi della vita nel villaggio: la civiltà prevale sulle tradizioni. Ma il bilancio non è in perdita o senza speranza. Tulga e Tuntuulei – il suo interprete, Tenuun-Erdene Garamkhand, ha uno sguardo fiero e una bella intensità, molto bravo – hanno modo di colmare i reciproci vuoti emotivi. Oltre i risvolti dolceamari di un sentimento che nasce effimero, L’ultima luna di settembre nasconde uno sguardo sul mondo tenero e molto dignitoso, la riscoperta delle tradizioni e di un modo di affrontare la vita e i suoi problemi diverso dai ritmi frenetici, forse ineludibili, della grande città.

Adattamento di un romanzo breve di T. Bum-Erden, non un soggetto originale dunque, L’ultima luna di settembre è tante cose diverse. La scoperta di una terra lontana e un’esplorazione rispettosa, sommessamente poetica, delle sue tradizioni e del suo incedere peculiare. Una riflessione sul concetto di genitorialità e famiglia aperto alla verità del sentimento, contro la rigidità dei legami di sangue. Il tentativo di codificare un senso, una cifra stilistica ed estetica per il cinema mongolo. Le parole d’ordine del film di Amarsaikhan Baljinnyam sono tradizione, delicatezza, afflato umanista, tempo e silenzio. Il suo film accumula molto ma ha l’aria di non curarsene troppo: non sempre centra il bersaglio, ma la delicatezza di tocco, la curiosità per un mondo restituito con molta cura allo spettatore e la solennità dei paesaggi, impressionano positivamente. (Francesco Costantini – cinematographe.it)

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