The Old Oak

Genere Drammatico – Francia, 2023
Regia di Ken Loach.
con Dave Turner, Ebla Mari, Claire Rodgerson, Trevor Fox, Chris McGlade.
durata 113 minuti.

Siamo a metà del decennio scorso. In una cittadina dell’Inghilterra del nord (contea di Durham), in crisi da decenni dopo la chiusura di una miniera, il pub The Old Oak è l’ultimo punto di riferimento per gli abitanti: anche i locali hanno chiuso i battenti uno dopo l’altro. Attorno al pub e al padrone del locale, il silenzioso TJ Ballantine, si raduna stancamente chi è rimasto, dopo la grande fuga soprattutto dei giovani, sbarcando faticosamente il lunario. L’arrivo di un gruppo di rifugiati siriani – visti come “rivali” perché ottengono più attenzioni da parte delle altre persone – è la scintilla che fa detonare tensioni tra tante persone simili, semplici e modeste: tra chi generosamente si prende a cuore gente ancora più povera e disperata – tra cui lo stesso TJ e l’amica Laura – e chi si lascia andare a una rabbia astiosa. La simpatia di TJ per Yara, giovane siriana che parla inglese e ha la passione per la fotografia (strumento per osservare chi la circonda e che le viene distrutta appena arrivata), è motore di nuove iniziative, ma anche di tensioni e maldicenze. Paradigmatica è la saletta del bar, che un tempo era un locale da ballo che allietava il paese e che ora – ufficialmente inagibile e con un impianto elettrico fuori norma – è un retrobottega usato da TJ per accumulare oggetti dismessi. La saletta torna a nuova vita grazie al lavoro disinteressato e alla creatività di tante persone, mentre alcuni avventori storici – che conoscono TJ da una vita, ma iniziano a trattarlo con animo diffidente ed esacerbato – si lamentano dei suoi “nuovi amici” che rovinano la tranquillità dell’unico posto in cui “farsi una birra” in santa pace, oppure boicottano, minacciano… Come non far esplodere l’odio nella piccola città?

È un film semplice ma affatto banale The Old Oak, diretto forse per l’ultima volta dall’87enne Ken Loach, comunista irriducibile e arrabbiato che riflette sull’incarognimento di una parte cospicua della società: non più i ricchi, i privilegiati, i conservatori, ma perfino quella classe operaia che aveva eletto a suo mondo di riferimento esclusivo e amato. Ormai, fallita la lotta di classe, c’è solo la guerra tra poveri: alcuni di essi sentono di aver perso tutto ma non si accorgono di rischiare di perdere ancora di più, ovvero il senso di umanità e solidarietà verso altri sofferenti. In un paese che sembra così vecchio da temere di finire fuori dalla Storia (un sentimento forse rappresentato da quella K dell’insegna del pub, che continua a ciondolare e che il buon Ballantyne sistema ogni volta con pazienza), ci sono però alcune persone di buona volontà che rifuggono da schemi politici e che si danno da fare per gli altri. Comprese i credenti e le comunità religiose, che Loach non ha mai detestato o irriso, al contrario di altri colleghi e compagni di idee politiche (indimenticabile il sacerdote del bellissimo Piovono pietre) e che mai come in questo film appaiono come sponde di un possibile cammino comune. Come gli stessi rifugiati siriani, come appare nel regalo dello stendardo cucito con le parole “forza, solidarietà, resistenza”.

Per dare veridicità massima alla vicenda di The Old Oak Ken Loach – che ha scritto il film insieme al suo sceneggiatore abituale Paul Laverty – ha scelto attori in larga misura non professionisti, che rimangono impressi per le loro facce: a iniziare ovviamente da Dave Turner nei panni di TJ ed Ebla Mari in quelli di Yara, che riescono a rendere credibile la loro amicizia. E arricchisce il film di spunti sorprendenti. Regalandoci uno dei capolavori dell’autore inglese. che alterna da sempre film appesantiti da un taglio ideologico con opere più riuscite perché di più ampio respiro e ricche di umanità (oltre a Piovono pietre, citiamo tra gli altri La parte degli angeli e Il mio amico Eric), in cui emerge il cuore di persone che sanno incontrarsi, a volte cambiando, e fare un pezzo di strada insieme. Alcuni momenti di The Old Oak, come le scene in cui un pezzo di comunità si mobilità per i profughi in una mensa autogestitta, sono davvero commoventi. Come anche il finale di un film che non nasconde e non condanna le tensioni e la rabbia di chi sente di non avere più nulla, ma scommette su chi si fa sorprendere dagli incontri della vita e riesce anche a riconoscerne segni quasi miracolosi.

Antonio Autieri – sentieridelcinema.it

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