Una donna chiamata Maixabel

Luglio 2000: a Tolosa un commando dell’ETA, l’organizzazione terrorista per l’indipendenza dei paesi baschi, uccide Juan María Jaúregui, ex Governatore civile della provincia di Guipúzcoa. ​Un omicidio che lascia sgomenta la moglie Maixabel, la giovane figlia, i compagni di ideali e lotta politica dell’uomo (ex militante dell’ETA poi passato al partito socialista). I tre assassini vengono arrestati, processati e condannati pochi anni dopo a una lunghissima pena detentiva. Rivediamo due di loro, una decina di anni dopo l’omicidio: entrambi dissociati dall’ETA, si ritrovano nello stesso carcere ma da posizioni distanti, quasi ostili. Così altre decine di ex militanti, che hanno rifiutato la violenza praticata come automi obbedienti di un’ideologia (che ordinava di uccidere “nemici” senza sapere chi fossero) ma si rifiutano di collaborare con lo Stato. Vivono come fantasmi, relitti di un passato per cui provano vergogna e per il quale non chiedono sconti.

Maixabel Lasa, invece, sembra aver riconquistato una serenità e una missione, dopo esser diventata direttrice dell’ufficio basco per le vittime del terrorismo. Più sofferente è la figlia, diventata giovane madre, che si preoccupa per lei che rischia di diventare un obiettivo dei terroristi. Ma quando Maixabel riceve una lettera anonima di uno degli assassini del marito che la vuole incontrare, in lei nascono nuovi turbamenti: cosa fare? Accettare l’incontro e il percorso che una mediatrice sta organizzando, contro il parere della figlia e dei suoi amici? Da un primo, non facile, incontro con Luis Carrasco si aprirà poi lo stesso desiderio di pacificazione nell’altro, più duro ex terrorista Ibon Etxezarreta che desidererà anch’egli un incontro con la coraggiosa Maixabel.

La regista Icíar Bollaín mette in scena una storia vera – con qualche aspetto romanzato, come spiega una didascalia a inizio film – che ci racconta cos’è un’ideologia di morte propagata da «persone mediocri», come le definisce l’ex terrorista Carrasco, ma capaci di farsi obbedire ciecamente da militanti che uccidevano persone di cui non sapevano nulla. Ma Una donna chiamata Maixabel racconta anche come si possa spezzare una catena di odio e violenza apparentemente indistruttibile per un percorso di recupero e pacificazione. Con Maixabel, che accetta di incontrare e ascoltare gli assassini del marito, si apre anche il duro Ibon, che ammette che il carcere è stato per lui un’occasione di salvezza e per meditare sul male compiuto (anche a chi lo amava, come gli anziani nonni con cui viveva e la madre con cui ha recuperato un rapporto), fino alla decisione di chiedere perdono. Così pure Maixabel, che gli racconta la loro storia: un amore di due ragazzini che avevano condiviso errori (anche Juan María era stato arrestato in gioventù), speranze, ideali, fino alla tragica uccisione e a un passaggio di testimone che ha visto nella vedova addolorata e appassionata portare avanti le idee del marito. Compresa quella pacificazione quasi imposta agli altri compagni di lotta, con una scena finale bella e commovente.

A un film teso e coinvolgente contribuiscono in maniera decisiva gli attori principali: i due protagonisti Blanca Portillo e Luis Tosar (nei panni di Maixabel e Ibon), il coprotagonista Urko Olazabal (ovvero l’altro terrorista Luis Carrasco) e la giovane María Cerezuela nei panni di Maria, la figlia di Maixabel. (Antonio Autieri – Sentieridelcinema.it)

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